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  • Sara P. (≈_≈)

Il palloncino

Scritto e disegnato da Sara P.

Non so perché la gente odi i cimiteri. Davvero non me ne capacito. Quando alla domanda "Cosa hai fatto oggi di bello?" rispondo "Sono andata al cimitero", il loro sorriso scompare dalla faccia, le nubi sembrano impigliarsi nei loro occhi azzurri e il sole abbandona i loro sguardi. Non me lo spiegherò mai. E loro probabilmente non si spiegheranno mai la mia passione per le lapidi. Mi ricordo la prima volta che ho aperto il cancello nero come la notte scrostata di stelle e pianeti. Mi ero sentita male, avevo avuto voglia di vomitare tutto il male che c'era dentro di me da troppo tempo. "Solo un salutino alla nonna, nulla più, dai tesoro, vai", erano state le parole di mia madre quella mattina. Non voglio dire che della nonna non mi importasse nulla, anzi. La nonna era stata la persona più importante della mia vita. Solo che stentavo a credere che fosse lì, sotto terra, al freddo, schiacciata da una pietra troppo pesante. Nonna aveva sempre odiato il freddo. E i vermi. E la terra umida. E le pietre. La sentivo molto più presente negli uccelli in volo, nelle foglie scosse dal vento, nei palloncini colorati della festa di San Rocco. La sentivo più presente nelle cose che aveva amato. Imboccai una stradina di sassi. Mi inginocchiai al nome Rosetta Moncristioli. Il "salutino alla nonna" fu proprio un salutino. Sfiorai la sua lapide, lanciai un'occhiata vacua a quello che avevo intorno e me ne tornai a casa con le mani affondate in tasca e la testa affondata in un mare di lacrime mai piante. La settimana dopo mi feci forza, e tornai in quel luogo maledetto. Fu allora che mi accorsi che nel cimitero c'erano delle foglie scosse dal vento e degli uccelli in volo. La nonna avrebbe sorriso, le sarebbe piaciuto passare l'eternità con due delle cose che aveva amato di più. Mancava solo il palloncino di San Rocco, pensai. La volta dopo tornai anche con quello. La festa patronale si svolgeva a settembre, e, siccome era aprile appena iniziato, le portai un palloncino qualsiasi. Però la nonna sembro apprezzare lo stesso. Sorrisi soddisfatta, mentre legavo il pallone pieno di elio alla lapide. Non sapevo se la nonna si trovasse davvero lì sotto o da qualche altra parte, in ogni caso, ora non era condannata solo e unicamente alla terra umida: erano arrivate anche le tre cose che preferiva di più. Non uscii subito dal cimitero. Osai qualche passo per i vialetti ben curati. Intorno a me non vidi tristezza, come avrebbe visto la maggior parte delle persone. Vidi calma, tranquillità. La gente è convinta che morire sia la cosa peggiore che possa capitare. Io so, invece, che è solo una fase. Si nasce, si vive, si muore. Nulla di grave. Poi succederà qualcos'altro - perché sì, mi rifiuto di pensare che un'esistenza possa terminare sotto terra e sotto le scarpe della gente. Le persone sono abituate a temere la morte. A guardarla male, a schifarla, a insultarla. Io no, io un po' la apprezzo. Per quello che fa. Se vivessimo per sempre la vita sarebbe solo un susseguirsi di fatti ed eventi, noiosa. Invece noi sappiamo che tutto questo un giorno finirà, e quindi dobbiamo darci una mossa se vogliamo fare qualcosa. Quando dico "sono andata al cimitero" e la gente mi guarda male, io rispondo con un sorriso. In fondo, li capisco. È difficile non odiare la cosa che ti ha strappato via un caro. Io sorrido perché so che la morte non mi ha strappato via la nonna, semplicemente ci è andata insieme a passeggio per l'eternità. E la nonna amava andare a passeggio.

Poi faccio quello che avrei dovuto fare tantissimo tempo fa. Stacco delicatamente il filo dalla lapide. Il palloncino di San Rocco, cambiato una settimana fa, sembra smanioso di scappare. Chiudo gli occhi, stringo il pugno fino a scolpirmi i solchi delle unghie nel palmo della mano. E poi me lo lascio scivolare via. Ora la sua anima vola. Ora è con gli uccelli in cielo. Ora è libera.

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