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  • Bianca#Fungo

La chiave di Eldorado: capitolo 2

Scritto da Bianca#Fungo, 13 anni

Capitolo 1 (Polvere)


Non è una semplice pietra

L’indomani era l’ultimo giorno di scuola, ma non era solo per quello che Rachel fremeva per uscire. La scuola distava circa quattro isolati dallo studio dello zio Nelly, perciò, non appena ebbe poggiato il piede nel cortile della scuola, Rachel iniziò a correre, prendendosi quasi il cancello in faccia. Il bidello le urlò dietro di rallentare, ma lei non si fermò finché non arrivò all’ufficio, che era al primo piano di un palazzo, uno di quelli talmente alti che, quando c’era la nebbia, sembrano non avere cima. Rachel suonò, la portinaia la fece entrare, dicendole che il signor Nelly Meadson sarebbe rientrato a breve. Lo studio era pieno di vetrinette di legno nero dove, appoggiate sopra a tovaglioli bianchi, c’erano pietre di tutti i colori, ognuna con vicino nome, grandezza, provenienza e valore stimato. La scrivania era di acciaio grezzo, uno stile per mobili che piaceva molto a suo zio. Per il resto l’ufficio sembrava più la biblioteca di Alessandria, con tanto di libri antichi che, tanto erano fragili, che andavano sfogliati con la punta delle dita. Le maniglie dei cassetti e quella della porta erano di marmo bianco, tutto crepato a causa dei continui urti provocati dall’ira dello zio, che li sbatteva con violenza quando si arrabbiava. Nei cassetti erano ammonticchiati con cura pile e pile di quei foglietti giallini, tutti inseriti meticolosamente in bustine di plastica perché l’umidità non li rovinasse. Infatti il palazzo era terribilmente infestato dalla muffa. Ai piani alti, quelli con le mansarde, l’acqua polverosa gocciolava dal soffitto. Non a caso, chiunque ci abitasse era perennemente raffreddato. Più in basso c’erano i traballanti mucchi di riviste scientifiche e giornali, che ogni lo zio prendeva e sfogliava, ance se li sapeva dalla prima all’ultima lettera.

I libroni erano quasi tutti appoggiati sulla scrivania, segno che aveva per le mani molte gemme sconosciute. Poi c’erano le classiche e onnipresenti foto di famiglia, vicine a molte riproduzioni di quadri famosi, che per chissà quale motivo piacevano molto a chiunque dei Meadson. “Carini.” disse fra sé e sé Rachel, quando sentì la maniglia girare e vide che suo zio era entrato. “Rachel! Sarà un secolo che non ci vediamo!” Quando non era al lavoro lo zio Nelly aveva la vivacità di un ragazzino. Prima che potesse cominciare con i suoi soliti e interminabili salamelecchi, Rachel lo bloccò: “Ho trovato una cosa di cui potresti sapere qualcosa.” Detto questo gli sventolò sotto il naso il cristallo. Quando lo vide lo zio ammutolì, annaspò così tanto che sembrava stesse avendo un attacco epilettico. Prese spasmodicamente la pietra tra le mani, la guardò a lungo come inebriato e infine sembrava essersi calmato un po’, nonostante avesse ancora la faccia di chi ha visto un fantasma. “Dove l’hai trovata?” chiese istericamente, “perché se non mi stai prendendo in giro, mi hai appena

portato una cosa importantissima.” Rachel non capiva. Non pensava neanche che la pietra fosse vera, figuriamoci importante. “Cosa vuoi dire?” disse mentre se la rimetteva al collo. Invece di rispondere lo zio chiuse la porta e abbassò notevolmente la voce: “Sai cos’è Eldorado? “E’ una città fantasma degli Inca. Ho sentito dire che è una città piena d’oro. A scuola mi hanno detto che è una leggenda inventata dai capi degli Inca per allontanare i conquistatori dai loro villaggi. In tanti l’hanno cercata, ma finora nessuno l’ha mai trovata.”

Tutto vero, tranne che per una cosa: i capi indiani volevano veramente allontanare I Conquistadores dal loro popolo. Solo che non inventarono niente di niente. Loro sapevano che Eldorado esisteva realmente. O almeno era esistita. Ma sapevano che non c’era modo per gli spagnoli di trovarla. Perché serviva una cosa ormai perduta. La chiave di Eldorado, il Cristallo del Rio delle Amazzoni! La tua pietra, Rachel!” Mi allontanai da mio zio. “Ok, sono abituata agli scherzi. Sul serio, cosa stai dicendo?” disse lei agitando le mani. Credeva veramente che scherzasse perché, come diceva la mamma, suo fratello era l’uomo più burlone di tutto il Canada. Lo zio Nelly sogghignò. “Non ci credi?” disse tirando fuori uno dei suoi tomi dal cassetto, “allora guarda qua.” Aprì il libro, intitolato “Leggende e racconti sulle pietre”. Lo aprì su una pagina dove era raffigurata una mappa del territorio Inca.

Improvvisamente il cristallo le sgusciò fuori dalla camicia, andando a puntare su una parte precisa della mappa. Improvvisamente una parte del cristallo iniziò a brillare, rivelando un simbolo. Assomigliava ad un piccolo fiore di cacao, con una “X” su ognuno dei sette petali. “Ok , ti credo.”, disse. “Bene,” disse lo zio Nelly pensoso. “adesso, credo che dovremmo partire.” “Cosa diavolo?!?” disse urlando. “se vuoi il cristallo tienilo. Io non parto di certo.” “C’è un piccolo minuscolo problema. Sei la nuova proprietaria di quel cristallo.” Questo cosa vuol dire?” domandò Rachel, che ci capiva sempre meno. “Vuol dire che il cristallo non funziona se non in mani tue. Anche se me lo dessi, non potrei farci niente.” “D’accordo, ma se partissi come farei con mamma e papà? Non credo mi permetterebbero di andare in Perù o anche in un posto molto più vicino. Non posso andare.” disse Rachel cercando di sembrare convincente. “A quello penso io.” disse lo zio. Rachel annuì, anche se non le sembrava una prospettiva particolarmente realistica. “D’altronde, non sono il più grande burlone racconta balle del Canada?” Andarono dai genitori di Rachel. Dopo i soliti salamelecchi e qualche chiacchiera di circostanza, lo zio prese la parola e disse. “Sapete, mi è stato offerto un viaggio a Cuzco con spese pagate, della durata di tre mesi. Dato che è un pacchetto per un adulto e un bambino, pensavo di portarmi Rachel, se foste d’accordo. Sapete, non è poi così lontano e credo che a Rachel piacerebbe molto.” Lei recitò benissimo la parte dell’entusiasta. E non ebbe bisogno di fingere. Era estasiata al pensiero di ciò che la attendeva. La mamma era stata un po’ diffidente, ma alla fine aveva acconsentito.

Ma il bello doveva ancora venire.

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